Che fai, tocchi?
Stupidità gratuita

Che fai, tocchi?

Partendo dal fatto che il mio essere selettiva è relativo anche al contatto fisico, posso indubbiamente affermare che se ci conosciamo e fai parte di quell’elite che rientra nelle mie grazie, allora sappi che sarò io stessa a dispensare amore e abbracci. Ma se non abbiamo molta confidenza, o tu possa in qualche modo pensare di starmi sul cazzo o se semplicemente, di me, è già tanto se sai il nome, non osare toccarmi che ti spezzo braccia e gambe. Eh sì, perché per me potrebbe già essere un supplizio starti ad ascoltare, pensa un po’ se riesco a sopportare la tua presenza all’interno del mio prezioso spazio personale. Essere terrona ed essere un’ipersensibile selettiva è una grande fatica, un eterno prendersi a mazzate tra personalità opposte in stile Tekken – un gioco della Play, uno dei miei preferiti, consiglio vivamente di farvi una cultura nel caso in cui tale nome non vi dica nulla.

Pomposa premessa per dirvi in realtà che se mi provoca il ribrezzo farmi sfiorare il braccio da qualcuno che a malapena conosco, pensate farmi toccare ripetutamente in occasioni come visite mediche, dentistiche e tutte quelle cose lì. Ebbene, in un qualsiasi dizionario, sotto l’inesistente voce ‘contrario di ipocondriaco’ – termine che dovrebbe indicare gente con l’ossessione di essere affetta da malattie gravi, fissata con la salute, farmaci, diagnosi varie ecc, ma che internet spaccia per ‘malinconia’, quindi io faccio finta di nulla – dovrebbe esserci la mia faccia. Perché io, di mia spontanea volontà, ritenga di aver bisogno di un qualche consulto che possa sfociare in un qualche contatto fisico, devo sicuramente star morendo o aver sbattuto la testa riportando gravi disordini neurali e disturbi di personalità. È anche lei una di quelle tante famose ribellioni che tengo in vita da quando ho cominciato a parlare e sono restie all’estinzione. Una delle poche cose su cui io e mio fratello andiamo d’accordo: niente medici, e soprattutto niente aghi. Se dovessero fare una campagna sulla prevenzione io sarei il peggior esempio esistente da seguire. Sinceramente, un po’ le invidio le persone che non sbiancano al solo pensiero di fare le analisi del sangue, che vanno anche volentieri a farsi fare un’igiene dentale, o a cui non viene un senso di nausea a ogni visita. A me viene da vomitare anche solo all’odore del disinfettante. Odio essere guardata, spogliata, toccata, punzecchiata, monitorata, attaccata a fili, osservata, scrutata, mezza nuda e qualsiasi altra cosa che riguardi il mio corpo e una persona a me non familiare, anche se lo fa per lavoro.

Non toccarmi

Immagino lo recepirono le infermiere e gli anestesisti che presi a calci e urla alla tenera età di quattro anni in vista dell’operazione per rimuovere le tonsille. Non so con che altri bambini ebbero a che fare, ma con me impiegarono più tempo ad addormentarmi che a eseguire l’operazione. Racconto ancora quest’aneddoto con orgoglio e fierezza del carattere che dimostrai di possedere prima ancora di avere potere decisionale su me stessa. Ricordo pochi dettagli, ma la faccia sbigottita dell’infermiera alla mia risposta ‘Tienitelo, io voglio la mamma’ dopo la sua offerta entusiasta di un guanto gonfiato a palloncino – mica mi vendevo per un pezzo di plastica, illusa – è una di quelle immagini che restano incise perennemente nel cuore. Altre esperienze hanno fatto sì che io non ponessi fine a questa ribellione, anzi che peggiorasse, come quella fine dentista o non so che, di origini germaniche, con le mani delicate quanto un martello pneumatico che mi infilzò letteralmente il filo dell’apparecchio nella guancia avendo anche il coraggio di chiedere (leggetelo con accento tedesco hitleriano stereotipato) “Ti fa male?!” – come se avessi appena masticato chiodi, ma data la tua stazza da Pavarotti e la tua parlata non proprio da fata madrina con annessi sguardi glaciali, non avrei il coraggio di dirti che mi hai aperto un tunnel nelle gengive e che forse dovresti cambiare lavoro, dico forse. Psicologia del paziente, non aggiungo altro. Per non dimenticare la volta in cui fui costretta a farmi le analisi del sangue causa mononucleosi, e arrivai in ambulatorio reduce da una notte insonne, con la febbre a trentotto, il pallore dipinto in faccia che i vampiri prendevano spavento a guardarmi e fui accolta da un simpaticissimo infermiere sorridente che mi invitò ad accomodarmi tranquillamente su una poltrona nera di pelle con delle cinghie di cuoio sui braccioli in due metri quadri di stanza arredata prevalentemente da siringhe, aghi, provette e lacci emostatici. Mi prendi tranquillamente per il culo forse?! Passarono minuti interminabili dove pensavo mi stessero succhiando pure l’anima, con il solito amico che ogni trenta secondi ripeteva “Abbiamo quasi finito” – stronzo lo hai detto altre cinque volte e mi sembra di essere ancora attaccata a un tubo, ti ci devo strozzare con il laccio emostatico o mi stacchi?! La situazione deve essere sembrata così tragica che addirittura mio padre di sua spontanea volontà mi tenne per mano – no, è tutt’altro che solito alle dimostrazioni pubbliche di affetto, quindi ho sempre pensato che dovessi fare proprio pena.

In base a quanto narrato, non dovreste stupirvi che mia madre si sia dimenticata per un anno intero di prenotarmi l’igiene dentale perché qualcuno a caso cancellava ogni volta il memo dalla lavagnetta. Come biasimarmi d’altronde. Il giorno in cui inventeranno un modo per fare diagnosi e curare malattie a distanza sarò la persona più felice del mondo. Per il momento, a meno che io non stia morendo o non lo richieda esplicitamente, giù le zampe! Sì, vale anche per te che ci provi in discoteca e vuoi fare l’affettuoso: se ti avvicini ti do fuoco, carino!!

No touchy

Bacioni,

Ariel

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